Negli stessi anni in cui si costruisce lo stabilimento di Montegranaro, Prada affida all’architetto Guido Canali un altro progetto, un’altra “fabbrica totale”, un altro calzaturificio. Il luogo è in Toscana, nel Valdarno aretino, stretto tra la strada provinciale e la linea ferroviaria alle spalle, a poche centinaia di metri da uno degli insediamenti storici dell’azienda.

Anche qui il paesaggio innanzitutto. Il tema è ancora più difficile che a Montegranaro dove il fascino antico delle colline all’orizzonte è ben visibile. A Montevarchi il lotto è pianeggiante, l’edificazione limitrofa è disomogenea, elementi da valorizzare pare che non ci siano.

La soluzione, come sempre è introversa, la chiave della comprensione viene dall’interno, l’architettura è fatta per chi la vive.

© Francesco Castagna

La grande fabbrica con struttura simile a Montegranaro, un dignitoso, semplice, essenziale prefabbricato, è posta in fronte alla strada ma allo stesso tempo è nascosta da gradinate inerbite che riportano l’elemento costruito all’orizzontalità, contenendo l’altezza e con essa la protervia di un edificio che potrebbe essere percepito fuori scala rispetto al contesto.

Sopra le gradinate una serra nasconde la fabbrica allo sguardo esterno. Dall’interno, grandissimo stupore, la facciata vetrata incornicia l’orizzonte. Le manovie, i forni, le calziere, le premonte sono posizionate su uno sfondo di piante di bambù, colline e cielo. Il pensiero è fornire risposta allo sguardo dell’operaio in cerca di sollievo e ristoro tra un lotto di produzione e l’altro.

Ci sono tutti i temi cari all’architetto; qui come a Montegranaro c’è già il grande stabilimento di Valvigna che verrà anni dopo. La fabbrica pesante di cemento e gli uffici leggeri di metallo e vetro, i grandi spazi d’ingresso, le passerelle sospese per unire e facilitare i percorsi e tanto verde: a terra nei percorsi d’ingresso, nel patio di fronte alla mensa pensato come luogo all’aperto per godere della bella stagione, nei giardini pensili che trasformano gli uffici al primo piano in saloni modernisti, nei rampicanti che avvolgono pareti e riconsegnano alla natura l’opera dell’uomo. Poi strutture spogliate, tralicci, travi di carpenteria metallica a vista, invenzioni ritmiche e geometriche tra musica e scultura. Architettura disegnata, nel solco della tradizione di Giuseppe Terragni, dalle tonalità sospese, come quelle che già furono di Giorgio Morandi e infine qualcosa di molto vicino a “la leggerezza, l’attenzione, l’industriosa ostinazione dei palafitticoli” che Italo Calvino vide in Fausto Melotti. Venerazione dei dettagli eleganti sebbene asciutti come componenti seriali. Architettura filosoficamente essenziale.