Ci troviamo nella Valle del Chienti, al centro del distretto industriale marchigiano della calzatura maschile, uno dei più celebri d’Italia. Negli anni ’90 Prada incarica l’architetto Guido Canali di progettare un’unità produttiva completa e indipendente, una sorta di fabbrica ideale, comprensiva di area d’accoglienza per gli esterni, uffici creativi e amministrativi, modelleria, laboratorio per il montaggio delle calzature, magazzini per le materie prime e il prodotto finito. Il sito individuato è alle pendici di una collina, il budget a disposizione è di poco superiore a quello di un’architettura industriale, all’architetto si chiede di fare una fabbrica e di farla bella. Nell’accezione di Prada e in quella di Canali, ‘bello’ significa privo di orpelli e decorazioni che pretendano di nascondere l’essenza di ciò che la fabbrica è deputata a essere, ma al contempo curato in ogni dettaglio e attento ai luoghi.

© Francesco Castagna

L’occhio sapiente dell’architetto vede le splendide colline sull’altro versante della valle e pensa alla pittura rinascimentale marchigiana, alla delicatezza e all’armonia dei borghi storici, vede gli opifici e le costruzioni adiacenti tirate su frettolosamente e malamente e rimpiange l’armonia perduta. Vede e fa il resto. Il progetto è tutto nel rapporto tra vicino e lontano, tra l’anima del luogo e l’azione non sempre ordinatrice dell’uomo. L’architettura dell’edificio nasce come gesto riparatore e come desiderio di spazio armonico.

Il gesto forte è un grande muro di cemento che costeggia la via principale di accesso alla fabbrica, ostruendone la vista dall’esterno e fermando gli sguardi interni alla contemplazione di una corte verde che lascia immaginare infiniti mondi leopardiani al di là. L’architetto ha sapientemente mostrato e nascosto l’orizzonte regolando i punti di vista e incidendo il suolo con una quinta che fa da recinto, ha trovato un equilibrio tra spazi appartati e aperture paesaggistiche.

© Guido Canali

L’edificio è segnato e scandito dal ripetersi di una teoria di lame. Due di queste prolungano la palazzina uffici, completamente vetrata sui fronti aperti, e guidano lo sguardo interno portandolo lontano verso l’orizzonte segnato dalla dolcezza collinare. La terza, ancora più lunga, scherma alla vista lo stabilimento produttivo e disegna un cannocchiale prospettico che proietta verso l’infinito lo sguardo di chi percorre la grande navata d’ingresso.

Il progetto è nello sguardo del paesaggio, nelle lame che scandiscono lo spazio con modulazione ritmica, nel declivio del “colle” che permette di mantenere il grande capannone industriale per metà seminterrato e quindi basso, contenuto. L’altezza fuori terra di soltanto 5 metri, definisce un carattere orizzontale, sommesso, privo di protervia. La palazzina uffici su due piani è tutta di vetri, pensata per lavorare come in un patio. Un corpo centrale, un po’ galleria urbana, un po’ giardino d’inverno, salda le due anime, sviluppandosi a tutta altezza ospita passerelle sospese, collegamenti leggeri che uniscono e mettono in comunicazione i due diversi mondi.

Il pensiero ispiratore dell’opera è costruire in armonia, ricomporre la frattura tra l’opera dell’uomo e la natura, ricostruire la relazione virtuosa dell’uomo che contribuisce a creare il paesaggio ritornando all’antico con strumenti contemporanei. Un obiettivo che si colloca nell’attitudine di Prada di pensare il futuro anche attraverso l’architettura.

Alla fine degli anni ’90 Prada cresce diventando un marchio internazionale di grande prestigio e contemporaneamente pianifica importanti investimenti non soltanto in ambito commerciale, ma anche in ambito industriale.

Se in quegli anni realizza negozi unici ed iconici quali gli epicentri di New York, Tokio, Los Angeles, collaborando con architetti di fama internazionale, nello stesso periodo Prada chiama importanti nomi dell’architettura a pensare alle proprie fabbriche, sviluppandole per gradi, come lo spirito dell’azienda è abituato a intendere il futuro.

I personaggi coinvolti sono architetti importanti: prima Pierluigi Cerri che progetta uno stabilimento a Piancastagnaio sul monte Amiata, un edificio a corte centrale unico nel suo genere, quasi un fortino, che accoglie un grande spazio per Prada e molti altri di dimensioni più contenute destinati ad artigiani fornitori del marchio; poi Guido Canali, attivo nella valorizzazione dell’antico e celebre per la capacità di unire recupero e tecnologia, storia dei luoghi e inconsuete sperimentazioni. Proprio a quest’ultimo architetto viene chiesto di progettare lo stabilimento per la produzione di calzature a Montegranaro.